Libro Tutta questa bellezza

Renato Bazzoni e l'Italia da salvare

scritto di Alberto Saibene

In una notte d’autunno del 1963 l’architetto Bazzoni si sveglia nel cuore della notte e scuote la moglie Carla. È sudato, gli tremano le mani, ma la voce è chiara: “Qui sta andando tutto alla malora. Bisogna fare qualcosa!”. Carla, che lo conosce bene, gli risponde: “Renato, piantala. Sei il solito esagerato. Torniamo a dormire”. Non so se questa scena sia realmente avvenuta, ma quando mi sono trovato davanti migliaia e migliaia di foto di Renato Bazzoni che rappresentavano l’Italia dalla fine dell’ultima guerra fino agli anni Ottanta, ho voluto saperne qualcosa di più sull’autore e ho provato a ricostruirne una parte della biografia.

Nel 1963, per il sesto anno consecutivo, il prodotto interno lordo, cresce tra il 5 e il 6%. L’Italia sta vorticosamente cambiando: le stazioni di Milano e Torino registrano ogni giorno l’arrivo di migliaia di persone dal Sud in cerca di lavoro, nuovi quartieri periferici crescono attorno alle grandi città senza piani regolatori (in quell’anno Le mani sulla città di Francesco Rosi, cronaca dello scempio edilizio di Napoli, vince il Leone d’oro a Venezia), le campagne, le zone collinari e di montagna vengono senza rimorso abbandonate, lungo le coste del nord e la dorsale adriatica si costruiscono a ritmo forsennato le seconde case per il neonato ceto medio. Se L’Italia non è un paese povero (1960), come suona il titolo di un documentario che l’ENI di Enrico Mattei ha commissionato al grande regista olandese Joris Ivens, non è nemmeno più Un volto che ci somiglia (1960), per citare un libro fotografico sul nostro Paese a cura di Carlo Levi. Italo Calvino, autore di La speculazione edilizia (1958), il racconto della deturpazione della costa ligure di Ponente, parla di “un’inaspettata belle époque”. È la storia più volte raccontata, ormai un mito di fondazione, del nostro boom economico.

Lo stesso Bazzoni, figlio di un artigiano mobiliere trapiantato dalla Toscana a Milano, gode del sopraggiunto benessere: nel suo studio progetta abitazioni, fabbriche, villette, edifici anche importanti per il Comune di Milano. Fonda e dirige «Architettura cantiere. Rivista di architettura tecnica ed industria edilizia», dedica una monografia al laterizio.Raggiunti i quarant’anni, è nato nel 1922, dovrebbe sentirsi un professionista «di successo», cogliere l’ebrezza del boom. Eppure è inquieto.

Coltiva la passione, nata ai tempi del Politecnico, dove ora tiene un corso di Composizione Architettonica, per l’architettura ‘minore’ o spontanea, per le tecniche di costruzione. La Triennale del 1951, l’anno in cui si è laureato, è dedicata all’architettura spontanea, riannodandosi alle ricerche d’anteguerra sull’architettura rurale di Giuseppe Pagano. Bazzoni perlustra e fotografa l’Italia alla ricerca di tracce del passato, sia quello illustre dell’epoca romana, sia esempi anche modestissimi di architettura rurale: lo colpisce un basamento, l’utilizzo del legno nelle valli del Nord, le casupole contadine costruite con estrema perizia, che, con nomi diversi, sono sparse lungo tutta la Penisola. Il suo è uno sguardo ‘milanese’, di un architetto che ha abbracciato le idee del Movimento moderno, che vive nella città che trascina il resto del Paese verso la modernità. Si rende conto però, e sono veramente pochissimi in quel momento a comprenderlo, che la sua generazione è l’ultima che vedrà un’Italia ‘virgiliana’, che un patrimonio inestimabile è in via di estinzione. Ha letto i libri di Roberto Pane, l’architetto napoletano che sta fotografando e censendo gli stessi edifici nell’Italia meridionale, e ora vorrebbe fare qualcosa.

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La mostra è organizzata con l’appassionato impegno degli Amici del FAI
e della Delegazione FAI Monza.

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